Editore: Harper Collins Italia
ISBN: 9791259855718
Pagine: 240
Anno di pubblicazione: 2026
Prezzo: 19,50 €
C’è un luogo, nel nuovo romanzo di Walter Veltroni, che non è soltanto un ambiente narrativo ma un osservatorio privilegiato sul Novecento italiano: il bar di Cinecittà. Dietro il bancone, dal 1937 in poi, passa la vita di Giovanni Diotallevi, ragazzo romano di sedici anni cui il destino risparmia la fatica dei mercati generali e consegna l’ingresso negli studi voluti dal fascismo sulla via Tuscolana, destinati a diventare la “Hollywood sul Tevere”.
Veltroni sceglie un punto di vista felicemente laterale. Non racconta Cinecittà dal centro della scena, ma da uno spazio di servizio, attesa e confidenza: il bar dove si incrociano divi, registi, tecnici, comparse, sogni di gloria e piccole miserie quotidiane. Giovanni vede senza possedere, ascolta senza comandare, attraversa la Storia restando, in apparenza, un uomo qualunque. Eppure attraverso di lui la macchina del cinema acquista un corpo umano.
Il bar di Cinecittà è un romanzo storico e familiare, ma anche un libro sullo sguardo. La ricostruzione d’epoca – dall’inaugurazione degli studi alla guerra, dagli sfollati alla ricostruzione, dal neorealismo al boom, fino alla crisi aperta dalla televisione – non si riduce a fondale. Entra nei gesti, nei dialoghi, nei destini. Nel microcosmo del bar convivono propaganda e incanto, regime e immaginazione, lavoro artigiano e mitologia popolare. La fabbrica dei sogni nasce dentro una stagione cupa, e Veltroni non rimuove questa contraddizione.
Nel libro sfilano figure reali – da Mastroianni a Fellini, da De Sica a Sordi – accanto a personaggi d’invenzione. Il rischio sarebbe quello della nostalgia illustrativa. Veltroni lo evita quando affida il centro emotivo non ai grandi, ma ai piccoli: a chi porta caffè, ascolta battute, incassa delusioni, misura il passare degli anni dalla posizione umile e decisiva di chi tiene aperto un luogo d’incontro. Così Cinecittà diventa meno un museo della memoria che un organismo vivo, attraversato da entusiasmi, paure, compromessi e ripartenze.
La scrittura procede con un tono caldo, malinconico, non privo di ironia. Il romanzo appartiene alla vena più riconoscibile di Veltroni: quella che cerca, nelle vite private, il riflesso della Storia collettiva. Qui il cinema è insieme industria, sogno, propaganda, educazione sentimentale, archivio nazionale. Il bar diventa una piccola sala di proiezione: davanti al lettore scorrono cinquant’anni di Italia, ma il vero spettacolo è il modo in cui la Storia si deposita sulle persone comuni.
È dunque un libro per chi ama il cinema, ma non soltanto. È una storia sulla memoria dei luoghi, sulla dignità del lavoro invisibile, sull’intreccio fra biografie minime e destino pubblico. Veltroni guarda a Cinecittà con affetto, ma senza trasformarla in cartolina: ne restituisce l’incanto e le ombre, l’energia popolare e le ambiguità originarie. Ne nasce un romanzo dolceamaro, come una conversazione al bancone, dove ogni volto lascia una traccia e ogni epoca, prima di diventare Storia, è stata vita.

Walter Veltroni, nato a Roma nel 1955, è scrittore, giornalista, regista e uomo politico. È stato direttore dell’«Unità», vicepresidente del Consiglio e ministro per i Beni culturali, sindaco di Roma e primo segretario del Partito Democratico. Alla vita pubblica ha sempre affiancato un’intensa attività letteraria: saggi, romanzi, racconti civili e anche gialli, nei quali la narrazione diventa spesso una prosecuzione della sua idea di politica. Nei suoi libri ritornano infatti i temi della memoria, della giustizia, delle ferite del Novecento, della cultura popolare e del rapporto fra destini individuali e storia collettiva.