Editore: Sellerio
Collana: La memoria
ISBN: 9788838949722
Pagine: 216
Anno di pubblicazione: 2026
Prezzo: 15,00 €
Ci sono libri che non avanzano secondo una trama, ma per magnetismi, per associazioni, per apparizioni. Hotel Chopin di Francesco M. Cataluccio appartiene a questa famiglia irregolare e felicissima: quella dei libri che fanno del divagare una forma di conoscenza, e dell’erudizione non un ornamento, ma una maniera di abitare il disordine del mondo.
L’avvio potrebbe sembrare quasi picaresco: un uomo parte in automobile verso Varsavia per indagare su una misteriosa produzione di colori tossici, un tempo provenienti dall’Ucraina e poi riapparsi, dopo l’invasione russa, attraverso canali opachi. Ma Cataluccio non è interessato al meccanismo dell’inchiesta in senso stretto. Gli basta accendere il motore narrativo per condurci altrove: in una geografia mentale dove la Polonia, l’Ucraina, la Russia letteraria e l’Europa del Novecento si sovrappongono come carte trasparenti, lasciando intravedere fratture, rovine, ritorni.
A complicare il viaggio compare Serapione, un gatto parlante, sfrontato, demoniaco, parente di una lunga stirpe di felini letterari. È una creatura comica e inquietante, un disturbatore metafisico, il doppio ironico che consente al racconto di scivolare dal reale al fantastico senza mai perdere contatto con la storia. Perché Hotel Chopin, dietro la leggerezza della trovata, è un libro attraversato da una gravità profonda. La guerra in Ucraina non vi entra come semplice tema d’attualità, ma come riapertura di una ferita europea: una ferita che il Novecento non ha mai davvero rimarginato.
L’albergo varsaviano del titolo diventa così un luogo di condensazione e di sospensione. Vi passano rifugiati, memorie, voci, fantasmi; vi si addensano notizie del presente e ombre del passato; vi si può incontrare una donna a cavallo di un pesce, o assistere a un impossibile convegno di morti illustri. Bulgakov, Dostoevskij, Blok, Brodskij e altri scrittori non sono chiamati in causa come statue da museo, ma come interlocutori ancora pericolosi, ancora necessari. Discutono di poesia e guerra, cioè del punto in cui la parola incontra il proprio limite e tuttavia non può tacere.
Cataluccio procede per montaggio, per digressione, per cortocircuito culturale; ma sotto l’apparente capriccio si avverte una fedeltà rigorosa: alla memoria, alla letteratura come esercizio di attenzione, alla complessità di quell’Europa orientale che troppo spesso l’Occidente guarda soltanto quando brucia. Hotel Chopin è un’opera ibrida, colta, malinconica e visionaria, nella quale il grottesco non attenua il tragico, ma lo rende più sopportabile e forse più vero.
Alla fine, la ricerca dei colori diventa la ricerca di ciò che resta visibile quando la storia precipita nel buio. Cataluccio non offre consolazioni. Offre piuttosto una forma: mobile, obliqua, piena di echi. E ci ricorda che la letteratura, quando non pretende di spiegare tutto, può ancora fare una cosa essenziale: mettere in relazione i vivi con i morti, il presente con le sue rovine, la fantasia con la responsabilità dello sguardo.

Francesco Matteo Cataluccio ha studiato filosofia a Firenze, letteratura e storia dell’arte a Varsavia. Cultore del mondo slavo e mitteleuropeo, ha curato le edizioni italiane di Witold Gombrowicz e Bruno Schulz. Scrive su «il Post», «Engramma» e «doppiozero» e si occupa dei programmi culturali di Frigoriferi Milanesi. Per Sellerio ha pubblicato, tra gli altri, Vado a vedere se di là è meglio, Chernobyl, La memoria degli Uffizi e Hotel Chopin.