Editore: Edizioni e/o
ISBN: 9788833579733
Pagine: 576
Anno di pubblicazione: 2026
Prezzo: 22,50 €
Dopo Zuleika apre gli occhi, I figli del Volga e Il convoglio per Samarcanda, Guzel’ Jachina torna alla grande materia storica del Novecento russo, ma questa volta sceglie un protagonista che è insieme figura reale, mito estetico e problema morale: Sergej Ejzenštejn. Ejzen. Opera buffa non è una biografia romanzata nel senso più lineare del termine. È piuttosto un romanzo-montaggio, un’opera costruita per strappi, maschere, cambi di tono, accelerazioni grottesche e improvvisi affondi tragici.
Il libro racconta il grande regista sovietico non come monumento immobile della storia del cinema, ma come creatura febbrile, contraddittoria, affamata di forma, gloria, riconoscimento. Ejzenštejn appare geniale e fragile, visionario e opportunista, artista assoluto e uomo prigioniero della macchina politica che pretende dall’arte obbedienza, propaganda, efficacia ideologica. Jachina non cerca di assolverlo né di condannarlo: lo mette in scena dentro un sistema di forze più grande di lui, dove talento e potere, invenzione e compromesso, estetica e violenza si contaminano continuamente.
Molto interessante è l’architettura narrativa. Ogni capitolo porta il titolo di un film celebre — Il circo, La madre, Persona, Sacrificio, La vita è bella, Padre e figlio, Entusiasmo: Sinfonia della paura, Pentimento, Matrix — ma non si tratta di film di Ejzenštejn. È una scelta programmatica: quei titoli funzionano come una mappa ideale della storia del cinema, una costellazione di specchi in cui il protagonista viene riflesso, deformato, interrogato. Non è dunque un omaggio didascalico alla sua filmografia, bensì un dispositivo di montaggio: Jachina racconta Ejzenštejn attraverso il cinema dopo Ejzenštejn, accostando epoche, stili, immaginari.
Questa struttura è coerente con il soggetto. Parlare di Ejzenštejn significa inevitabilmente parlare di montaggio, attrazione, ritmo, collisione. Il romanzo assume questi principi non come tema esterno, ma come forma interna. La biografia procede per scene, quadri, blocchi visivi; alterna ricostruzione storica, invenzione, caricatura, documento, grottesco. Da qui il sottotitolo: Opera buffa. Ma la comicità è spesso amara, quasi crudele. Dietro la buffoneria affiora il dramma del talento in uno Stato totalitario: l’artista può dominare lo spettatore, ma non domina il potere che lo sorveglia, lo usa e infine lo consuma.
Il romanzo è anche un libro sul cinema come macchina di trasfigurazione. Ejzenštejn non si limita a rappresentare la storia: la forza, la piega, la rende più potente, più simbolica, più memorabile della realtà stessa. È qui che Jachina trova il nodo più ambiguo del personaggio: l’arte può illuminare la verità, ma può anche sostituirla con un’immagine più seducente. In questa ambivalenza sta la forza del libro.
Ejzen. Opera buffa richiede al lettore disponibilità al gioco colto, alla digressione e al cambio continuo di registro. Non è un romanzo “trasparente”, né una biografia divulgativa. È un libro costruito come un film mentale: pieno di tagli, dissolvenze, primi piani, maschere e controcampi. Proprio per questo restituisce con efficacia l’enigma di Ejzenštejn: non il santo laico del cinema, non il semplice propagandista, ma un artista smisurato, comico e tragico, divorato dalla propria idea di grandezza.

Guzel’ Jachina è nata a Kazan’, nel Tatarstan, nel 1977. È una delle voci più acclamate della narrativa in lingua russa contemporanea. Ha pubblicato tre romanzi di enorme successo – Zuleika apre gli occhi (Salani 2017), Figli del Volga (Salani 2021) e Il treno per Samarcanda, tradotti in oltre quaranta lingue e insigniti di prestigiosi riconoscimenti, tra cui il Libro dell’anno, il Big Book Award e il premio Jasnaja Poljana. In Italia ha ricevuto il Premio letterario internazionale Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Le sue opere sono state adattate per cinema e teatro, confermando la sua capacità unica di fondere storia, immaginazione e una profonda sensibilità. Con Figli del Volga ha vinto il premio Ivo Andríc e il Georg Dehio-Buchpreis.