Editore: Adelphi
Collana: Piccola biblioteca
ISBN: 9788845933578
Pagine: 287
Anno di pubblicazione: 2019
Prezzo: 14,00 €
Sonečka è insieme un racconto, un ritratto, un’elegia e una dichiarazione d’amore. Marina Cvetaeva lo scrisse nel 1937, quasi vent’anni dopo l’incontro con Sof’ja Gollidej, giovane attrice del Secondo Studio del Teatro d’Arte di Mosca, conosciuta nell’inverno del 1919, mentre la città postrivoluzionaria era stretta dalla fame, dal freddo e dalla miseria.
È proprio dal contrasto fra quella realtà durissima e la vitalità quasi fiabesca di Sonečka che nasce l’incanto del libro. Ventiduenne dall’aspetto infantile, attrice istintiva, capricciosa, sentimentale, instancabile narratrice di sogni e piccole storie, Sonečka appare agli occhi di Cvetaeva come una creatura proveniente da un altro mondo. Tra le due nasce un legame intensissimo, una reciproca fascinazione che dura meno di un anno ma che, nella memoria della scrittrice, assume una dimensione assoluta.
Cvetaeva non ricostruisce quella relazione secondo le regole della memoria documentaria. Il suo non è un memoriale realistico, ma una trasfigurazione poetica. Dialoghi, gesti, soprannomi, scene teatrali e minimi episodi quotidiani vengono attraversati da una lingua mobilissima, capace di passare dal sublime al comico, dalla confessione alla battuta, dalla prosa alla pura intensità lirica. Sonečka diventa così contemporaneamente una persona reale e una figura della memoria, preservata dalla scrittura contro la morte e contro il tempo.
Quando Cvetaeva compone il libro, infatti, ha appena appreso della morte di Sonečka. Anche la propria esistenza sta precipitando verso la catastrofe: l’emigrazione parigina è diventata isolamento, il marito Sergej Efron è compromesso con i servizi sovietici e il ritorno in URSS si avvicina. Eppure Sonečka non è un libro cupo. Al contrario, possiede una straordinaria luminosità. La perdita non spegne ciò che è stato vissuto: lo rende più intenso.
È forse questo il nucleo più profondo del racconto. Cvetaeva scrive non per ricostruire fedelmente il passato, ma per restituirgli presenza. L’amore, l’amicizia, il teatro e la giovinezza sopravvivono perché possono ancora essere nominati. Ne nasce un’opera difficile da classificare e proprio per questo singolare: una prosa attraversata continuamente dalla poesia, in cui la memoria personale diventa letteratura senza perdere la propria temperatura emotiva.
Sonečka è il ritratto di una donna amata, ma anche quello di una stagione irripetibile della vita di Cvetaeva. Dietro la piccola attrice che attraversa le pagine come una creatura incantata affiora continuamente la scrittrice stessa, con la sua radicale concezione dell’amore: un’esperienza che non accetta mezze misure e che, proprio perché destinata a finire, può trovare nella parola la propria forma definitiva.

Marina Ivanovna Cvetaeva (Mosca, 1892 – Elabuga, 1941) è una delle maggiori voci della poesia russa del Novecento. Figlia di un professore universitario, fondatore del Museo di Belle Arti di Mosca, e di una pianista, pubblicò a diciotto anni la prima raccolta, Album serale. La Rivoluzione e la guerra civile segnarono profondamente la sua vita: il marito Sergej Efron combatté nell’Armata Bianca e la figlia minore Irina morì durante la carestia. Nel 1922 Cvetaeva lasciò la Russia, vivendo a Berlino, Praga e poi a Parigi, spesso in condizioni di povertà e isolamento. Intrattenne intensi rapporti epistolari con Boris Pasternak e Rainer Maria Rilke. Tornata in URSS nel 1939, con la famiglia travolta dalle repressioni staliniane, nel 1941 si tolse la vita a Elabuga. La sua opera comprende poesia, teatro, saggi, prose autobiografiche ed epistolari.